L’episodio, narrato in maniera pressoché simile in tutti e tre i vangeli sinottici, si compie alla presenza di tre discepoli prescelti da Gesù, in disparte, lontani dalla folla, su un alto monte, mentre Gesù si trova in preghiera, precisa Luca.
Che cosa accade?
Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elia, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme».
Il richiamo alla veste sfolgorante e alla gloria, il viso che cambia di aspetto (ma non sappiamo in che senso), la comparsa dei due grandi profeti del passato (Mosè ed Elia) che si mettono a conversare con Gesù del suo esodo che sta per compiersi a Gerusalemme, sono tutti elementi che ci spingono a pensare che quello che viene qui raccontato, quello che Gesù vive alla presenza di Pietro, Giovanni e Giacomo è a tutti gli effetti un anticipo della risurrezione, quasi un assaggio di ciò che sarà la Pasqua di Gesù.

Io vorrei provare con voi a chiedermi, con molta semplicità, che cosa ha significato per Gesù e i discepoli questo avvenimento e che cosa può rappresentare per noi.

Innanzitutto il punto di vista di Gesù.
Indubbiamente per Gesù quella che abbiamo letto è stata una reale, forte e intensa esperienza spirituale: «Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto».
Sempre stando al racconto, intuiamo che il contenuto di questa preghiera ha a che fare con il destino ultimo della vita di Gesù. Mi sembra di poter dire che quella che ci viene descritta è una particolare esperienza di discernimento spirituale.
Gesù viene condotto dal Padre a rileggere la sua vicenda e il suo ministero alla luce della parola che Dio ha rivolto a Israele per mezzo della Legge (Mosè) e dei profeti (Elia), e in forza di questa intuizione spirituale prenderà «la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme» (Lc 9,51).
Contrasta fortemente questa pagina così intrisa di luce con l’oscurità che accompagna i racconti della passione: la notte dell’arresto e del primo giudizio, il buio che cala sulla terra in pieno pomeriggio, il buio e il freddo del sepolcro… Bisognerà attendere il mattino di Pasqua per ritrovare questa stessa luce. Ma per arrivare alla luce di Pasqua non puoi non fare i conti con il buio della prova, con la notte della croce, che mette alla prova la tua fede, che ti fa mettere in discussione tutto, che ti fa mettere in discussione la bontà e l’esistenza stessa di Dio.
Sono convinto che è proprio alla luce di questa esperienza di Trasfigurazione che Gesù ritrova nel momento supremo della prova, lì sulla croce, la forza di consegnarsi definitivamente a Dio: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23,46).
Mi viene in mente quello che Sant’Ignazio scrive negli Esercizi Spirituali:
«[318] Quinta regola. Nel tempo della desolazione non bisogna mai fare cambiamenti, ma rimanere saldi e costanti nei propositi e nella decisione in cui si era nel giorno precedente a quella desolazione, o nella decisione in cui si era nella consolazione precedente. Infatti, come nella consolazione ci guida e ci consiglia soprattutto lo spirito buono, così nella desolazione lo fa lo spirito cattivo, e con i suoi consigli noi non possiamo prendere la strada giusta».

Questo mi porta allora a parlare del secondo punto di vista: quello dei discepoli, che poi in fondo corrisponde un po’ al nostro.
Raccolgo anche qui solo due spunti. Innanzitutto un rischio: i tre discepoli (Pietro in testa) rischiano di rimanere fermi a un livello puramente emotivo o emozionale. Si accorgono di essere spettatori di qualcosa di grande, di unico, di straordinario, ma non riescono a coglierne la portata profonda: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne […] Egli non sapeva quello che diceva» (Lc 9,33).
È il rischio che corriamo anche noi, quando rimaniamo troppo legati a una dimensione puramente emotiva ed emozionale della fede: “Padre, la mia preghiera non vale niente perché quando prego non sento niente, non provo niente”; troppo spesso leghiamo la bontà e l’efficacia della nostra preghiera al sentire emotivo, al benessere psicofisico che ne vogliamo trarre. Non è così: la preghiera è tanto più efficace (e quindi “riuscita”) quanto più siamo in grado di porci in un atteggiamento di ascolto e di fiducioso abbandono: “Padre mio mi abbandono a Te, fa di me ciò che ti piace; qualunque cosa tu faccia di me, ti ringrazio. Sono pronto a tutto, accetto tutto, purché la tua volontà si compia in me e in tutte le tue creature”. Così inizia una preghiera di Charles de Foucauld che sintetizza bene il senso di ciò che stiamo dicendo.
Per poter vivere questo salto di qualità, questo passaggio da una esperienza di fede meramente emozionale a un’esperienza di fede reale, capace cioè di radicarsi in profondità dentro nel nostro cuore, al cuore della nostra vita, c’è bisogno di accogliere ciò che la voce che esce dalla nube indica in maniera molto precisa:
«”Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!”». E Luca annota: «Appena la voce cessò, restò Gesù solo» (Lc 9, 35b-36a).

Riassumendo. Che cosa è la Trasfigurazione? Per Gesù è l’anticipazione reale del mistero della Pasqua. Per noi: la possibilità concreta che ci è offerta di sperimentare e possedere realmente una anticipazione di ciò che sentiamo essere la meta, il destino del nostro cammino: il desiderio di felicità, di realizzazione, di vita vissuta in pienezza.
Vivo la Trasfigurazione ogni volta che mi trovo a vivere situazioni e esperienze che mi consentono di percepire in maniera chiara, netta, concreta, tangibile questa felicità, questa pienezza di vita. Tutte le volte che mi viene da dire “Che bello per me stare qui”.
Ma se non voglio che questa esperienza vada sciupata, se non voglio che questo dono spirituale vada sciupato e rimanga solo nell’ambito delle belle emozioni che non sono in grado di incidere sulla vita, ho bisogno di ascoltare Gesù, ciò che di lui mi è testimoniato dai vangeli e dalla innumerevole schiera di coloro che, parafrasando ciò che Pietro dice nella seconda lettura, non sono andati dietro a favole artificiosamente inventate ma sono stati con la loro vita e le loro scelte testimoni coerenti e credibili della sua grandezza, della bellezza della sua umanità e dell’abbondanza della sua offerta di vita.
A loro, ai santi di ieri e di oggi, facciamo bene a volgere la nostra attenzione e il nostro cuore come a lampade che brillano nell’oscurità che sembra oggi avvolgere il mondo e la storia degli uomini, finché non spunti il giorno e non sorga anche nei nostri cuori Gesù, stella del mattino, aurora di un mondo nuovo e di una umanità rinnovata (cfr 2Pt 1,19), di una umanità Trasfigurata nella luce della sua Pasqua.

Don Andrea

 

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