Questa condizione che stiamo vivendo rende diversa in maniera del tutto imprevedibile questa settimana Santa. Viviamo un periodo inimmaginabile, privati della nostra quotidianità e della nostra normalità. Un periodo che può aprire vari scenari. Sicuramente il più immediato è quello della rassegnazione che sfocia in una rabbia sorda, accompagnata da un senso di impotenza che raramente abbiamo provato nella nostra confortante esistenza. Reclusi involontari per causa di forza maggiore, che mette a dura prova sia i nostri nervi che i nostri cuori. Spettatori impotenti di eventi talmente frastornanti da imprigionarci in situazioni che, forse, capiamo ma che sicuramente non vorremmo vivere. Ed ecco allora che il germe dell’insofferenza, poco a poco, prende il sopravvento: tutto diventa difficile, noioso, fastidioso, molesto. Perfino le persone che con noi condividono queste difficoltà diventano improvvisamente un peso, un fastidio che sfocia quasi nell’insofferenza; di nuovo quel senso di angoscia sempre più intenso ci stringe il cuore. Lo scenario si fa più fosco, più cupo, il cuore, troppo pesante, non riesce a trovare un senso e le giornate sfilano via sull’orlo della apatia nella costante ricerca di qualche novità che fatica ad arrivare e ci troviamo così già a Pasqua avendo vissuto una quaresima che sembra infinita ma che non è stata veramente vissuta.

Un altro scenario, invece, è quello di chi questa malattia la combatte dal primo giorno; da chi improvvisamente viene chiamato eroe da tutto un mondo che non si è mai accorto fino ad oggi dell’eroismo della quotidianità di queste persone che da sempre si comportano e vivono in questo modo. Persone che rifiutano il termine eroe perché troppo ingombrante e, soprattutto, troppo temporaneo. Finito tutto, di noi ( medici, infermieri,  operatori sanitari, forze di polizia, autotrasportatori, addetti alle pulizie, addetti alle vendite delle grandi catene, operatori ecologici, militari… ) si tornerà a parlare in tutt’altro modo. Anche noi, dal cuore e dal corpo stanco per lo sforzo fisico ed emotivo, ci siamo trovati a così a Pasqua attraversando una quaresima che sembra infinita ma che non è stata veramente vissuta.

Infine lo scenario di Gesù. Quello che i suoi occhi avrebbero visto, il suo cuore avrebbe com-patito, la sua preghiera avrebbe avvolto. Lo scenario dell’uomo che rivive la Passione che Lui, Figlio di Dio, ha vissuto perché nessun altro uomo avrebbe dovuto più vivere.

Rivedo la scena del giudizio del sinedrio e di Pilato: la sentenza di morte di un innocente.
La rivedo attraverso gli occhi e i volti di quelle persone malate cui purtroppo le cure non bastano e di me, medico, che ad un certo punto gli dico: “ mi spiace ma l’ultima possibilità che abbiamo e portarla in Terapia Intensiva”. Rivedo la paura mentre cerco di spiegargli quale sarà il suo futuro; le lacrime nella telefonata a casa che avvisa parenti sempre troppo lontani di quello che sta succedendo; la stretta di mani che non ti lasciano se non quando l’effetto dei farmaci le priva della forza.

Rivedo la via crucis, la via della sofferenza. La vedo attraverso i giorni passati in rianimazione da queste persone costantemente sottoposte a terapie aggressive che sembrano snaturare la natura stessa dell’essere uomo, se non fosse per il lavoro meraviglioso degli infermieri che riescono sempre a restituire umanità a copri stremati dalle cure intensive.

Rivedo la morte di Gesù. Il suo essere calato dalla croce, e deposto nel sudario. Lo rivedo in quei maledetti sacchi di plastica che avvolgono e chiudono chi non è riuscito a farcela privandolo anche del conforto dei suoi cari. Chiuso dentro un sudario tecnologico e deposto, ammassato in celle frigorifere da dove poi verrà trasportato per l’ultimo viaggio, anche questo fatto in solitudine dove mani estranee lo porteranno dove non avrebbe voluto essere, riconsegnando ai suoi cari solo un piccolo frammento di quello che era quell’essere umano.

Riesco però anche a vedere la resurrezione. La rivedo negli occhi di chi riesce a sopravvivere. La rivedo nel lento emergere dal coma farmacologico e dal disorientamento che causa. La vedo nel recupero delle emozioni che questo comporta: ricordarsi, guardarsi intorno e scoprirsi in un mondo che nessuno dovrebbe vedere. La vedo nella telefonata che regolarmente queste persone fanno per dire che sono vivi, che ce l’hanno fatta, che stanno tornando alla vita. La vedo anche questa volta nelle lacrime e nei pianti ma che hanno il sapore dello stupore, della meraviglia, della gratitudine. La rivedo nei saluti rivolti agli infermieri e ai medici che lo accompagnano fuori dal “ sepolcro”.

Riesco anche a vedere la corsa di Maria ad annunciare la resurrezione. La rivedo nei crediti esauriti dei telefoni cellulari che per giorni abbiamo custodito in cassa forte e che finalmente abbiamo poi riconsegnato a chi sta uscendo;  la immagino nel grido di gioia strabordante, dirompente, impetuoso che come un’onda di marea si sparge fra madri, padri, figli, amici, di chi è di nuovo tornato fra i vivi.

Scenari di disperazione e scenari di gioia.

Scenari di morte e scenari di resurrezione.

Scenari abitati da Gesù Vero Dio e Vero Uomo.

Buona Pasqua.

Claudio, medico al Sacco in terapia intensiva

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