Meraviglioso il capitolo decimo degli Atti degli Apostoli: è un vero e proprio giro di boa della missione stessa della Chiesa! Pietro comprende, qui e non prima, tutta la pienezza e la grandezza del messaggio di Cristo. Da qui Pietro intravede i limiti-senza-limiti del Vangelo e della salvezza in Gesù. Grazie a Cornelio, un centurione pagano simpatizzante per il cristianesimo, “religioso e timorato di Dio” (At 10,2a), Pietro vive una nuova conversione: quella alle genti.

E’ Dio che suscita in voi il volere e l’operare secondo il suo disegno d’amore” (Fil 2,13), afferma Paolo. Il messaggio, di cui sono testimoni e portatori gli Apostoli dopo Pentecoste, rientra in uno spettacolare “disegno d’amore”. Gesù stesso, e la sua vicenda, è la storia d’amore scritta da Dio, dedicata ad ogni donna e uomo. Ed è qui che il racconto degli Atti verte. Sull’ogni e, dunque, su tutti.

Cornelio riceve una “visione” (At 10,3) in cui gli viene ordinato di andare a prendere Pietro. Così anche Pietro, l’indomani, ha una visione. Tutti e due mentre pregavano. Solamente nella preghiera, infatti, noi riceviamo visione sulla realtà; solamente le donne e gli uomini di preghiera (ri)conoscono i disegni d’amore di Dio, preparandosi ad ogni chiamata e ad ogni conversione.

A Pietro è chiesto ancora qualcosa di più. Questo perché nessuno, nella vita spirituale – ma anche in quella biologica – può dirsi arrivato. Pietro, rispetto a quel giorno “zero” di tre anni prima sulla riva del lago, è profondamente cambiato; è una persona nuova. Ma ancora non basta. Nella vita spirituale c’è bisogno di conversione permanente. Sempre.

Cornelio attende intrepido l’arrivo di Pietro in casa sua, “stava ad aspettarli con i parenti e gli amici intimi che aveva invitato” (At 10,24). La preparazione è minuziosa, dettagliata. Cornelio comprende subito che Gesù non può limitarsi alla sfera personalistica e privata ma deve aprirsi alla cerchia degli affetti. Cornelio, pagano, insegna a Pietro. Questi, infatti, non si presenta a casa sua come “esperto di materia” o come “il capo dei Dodici”. Cornelio “gli andò incontro e si gettò ai suoi piedi per rendergli omaggio” (At 10,25) ma Pietro lo ammonisce: “alzati: anche io sono un uomo!” (At 10,26). Pietro obbedisce alla chiamata, poiché aperto alle sorprese dello Spirito; non le occlude aprioristicamente. Egli è uomo libero che liberamente si lascia guidare dallo Spirito Santo.

Pietro, nel cammino che lo porta alla casa di Cornelio, riflette riguardo la visione che ha avuto. Il risultato è il cambiamento, la conversione che esplica allo stesso Cornelio: “Voi sapete che a un Giudeo non è lecito aver contatti o recarsi da stranieri; ma Dio mi ha mostrato che non si deve chiamare profano o impuro nessun uomo” (At 10,28). Pietro comprende appieno la portata universale di questa Parola. “In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenza di persone” (At 10,34b). Questa è la grande e piena verità di questo disegno d’amore: “questi è il Signore di tutti” (At 10,36b)!

Cornelio riunisce amici e parenti per “ascoltare tutto ciò” (At 10,33b) che Pietro ha da dire. Ha atteso da tempo questo sacro ascolto, capace di mutare le vite. Pietro non è portatore di filosofie o teologie rielaborate ma ambasciatore del più semplice eppure il più potente dei messaggi: “Voi sapete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, cominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni; cioè come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nàzaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui. E noi siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme. Essi lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che si manifestasse” (At 10,37-40). La predicazione di Pietro è kerygmatica, non moralista, né esegetica, né cronachistica, né idealista. Tutto ciò che non deve mai mancare nelle nostre predicazioni è questo annuncio primo: Gesù è morto, è risorto e in Lui siamo salvati.

Tale annuncio ha una conseguenza (sopra)naturale: “Pietro stava ancora dicendo queste cose, quando lo Spirito Santo discese sopra tutti coloro che ascoltavano la Parola” (At 10,44). L’annuncio del kerygma ha come effetto una copiosa effusione di Spirito, che supera ogni limite o regola umani. Tant’è che alcuni fedeli andati con Pietro, “si stupirono che anche sui pagani si fosse effuso il dono dello Spirito Santo; li sentivano infatti parlare in altre lingue e glorificare Dio” (At 10,45-46). I segni carismatici dell’effusione dello Spirito sono accompagnati, poi, dal segno sacramentale del battesimo. Carisma e sacramento sono, infatti, co-essenziali per la vita del cristiano. Guai a scinderli o a classificarli!

Ciò che accadde – e che ancora accade – è ciò che Gesù aveva promesso:“se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23). La promessa è che il Cielo si stabilizzi in noi; che l’infinito entri nella nostra finitudine; che Dio diventi in-noi. Questo permesso di soggiorno, in noi, è opera dello Spirito Santo: Lui abita in noi, rendendoci accessibili il Padre e il Figlio. Pentecoste è la realtà dell’uomo congiunta a quella di Dio.

E’ potente questo messaggio e quanto mai attuale: Dio decide di entrare nella storia, nella mia storia, da “immigrato”, reclamando asilo.

Alessandro

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