26 aprile 2026
IV PASQUA DI PASQUA (A)
Giovanni 10,11-18
Riflessione a cura di don Erminio Villa
1. Mercenari o pastori?
Oggi è la giornata mondiale di preghiera per le vocazioni. Vocazione significa chiamata. A che cosa Dio ci chiama?
Anzitutto c’è una chiamata universale alla santità, cioè ad essere diversi da tutto ciò che ci disumanizza, per essere sempre più simili all’umanità di Gesù, espressa nel Vangelo con l’immagine del buon pastore (Giovanni 10,11-18).
C’è differenza tra il pastore e il mercenario: che per amore è pronto a dare la vita per il gregge.
La figura del mercenario – spregevole e amorale – dà corpo alla tragica realtà dell’indifferenza, della cura esclusiva di sé, del disamore per l’altro da sé. Per Gesù il compito del pestore è difendere le pecore dai lupi, ma anche nutrirle perché producano buon latte e buona lana.
Già l’immagine dice di relazioni buone, nelle quali la cura per le pecore diventa vita per il pastore, che morirebbe nella miseria se non avesse cura per le pecore.
Tutti noi siamo chiamati alla cura delle relazioni, al prenderci cura dell’altro, per non annegare nel gelido pantano dell’indifferenza. Ad esempio: nostri missionari e un presidio medico di Emergency sono rimasti in Sudan per assistere la popolazione, mentre le potenze internazionali, che molto potrebbero fare, hanno abbandonato il Paese alla guerra civile.
2. Ascoltare la voce che chiama
Vocazione è anche chiamata a stare, come Maria, sotto la croce laddove questa stanzialità implica dispendio di tempo, denaro, energie, reputazione e talvolta anche la vita.
Tutta la pastorale, cioè la cura per l’annuncio del Vangelo, è intrinsecamente vocazionale. Questo significa fare di tutto, affinché ognuno possa essere raggiunto dalla voce del Pastore per ascoltarla (Lettera ai Romani 10,11-15).
Nel pastore che dà la vita per le pecore si svela la gratuità del suo dono.
Gesù non ha bisogno delle pecore, come il pastore normale, ma, ancora più del pastore normale, cura le pecore con la sua stessa vita. È il tema del servizio gratuito, vissuto da Gesù perché esprime la natura intima di Dio ed è dato come vocazione a ciascuno di noi, chiamati ad essere immagine e somiglianza del nostro Dio. Riecheggia la drammatica costatazione di Gesù:
“La messe è molta, ma gli operai sono pochi, pregate dunque il padrone, affinché mandi operai nella sua messe”.
È sotto gli occhi di tutti il drammatico calo di giovani che scelgono la vita consacrata e il presbiterato. Certo, la figura del presbitero non è oggi socialmente accattivante, ma il problema non sta lì. Sono solo i consacrati gli operai a cui Gesù fa riferimento? Forse no.
3. Corresponsabilità di tutti
La stragrande maggioranza dei cristiani sono fedeli laici. Tocca a noi allora scoprire a quale ministero siamo chiamati nella comunità cristiana, o quale servizio offrire nella comunità civile.
La cura del fratello è la vocazione cristiana fondamentale. Ciascuno decida di fare la sua parte…
La cultura di oggi non ha dimenticato il tema della cura e del servizio. Solo ne ha invertito il senso. Oggi si vuole cura per se stessi, sia fisica sia psicologica e perfino spirituale. La regressione all’infanzia è sotto gli occhi di tutti.
Da ciò non può nascere null’altro se non il conflitto. Di certo, questo è sicuramente tempo che nelle famiglie cristiane, nelle catechesi e nei momenti di fraternità venga posta in evidenza la bellezza della chiamata al sacerdozio ministeriale e alla vita consacrata.
Molto può la testimonianza del prete, della consacrata/o stesso, ma questo dipende anche dal fatto che attorno a lui vi sia una vivace comunità, animata da autentica corresponsabilità.
-- don Erminio

