La fine del tempo?

15 novembre 2020
I DOMENICA DI AVVENTO (B)
Marco 13,1-27

Riflessione a cura di don Erminio Villa.

1. La fine del tempo

La pagina evangelica annuncia a tinte fosche la fine del tempo: verranno meno anche le opere dell’uomo a cominciare dalla più grandiosa per gli ascoltatori di Gesù: il grandioso tempio di Gerusalemme: “Non sarà lasciata pietra su pietra che non venga distrutta”. Questo linguaggio allusivo, che non deve essere inteso come puntuale descrizione del tempo della fine, esprime una dura verità: noi abitiamo il tempo, lo misuriamo, lo calcoliamo, tentiamo di dominarlo, lo sfruttiamo al meglio; ma non ne siamo i padroni, ma solo inquilini provvisori. 

Quando si parla di fine del mondo in pochi davvero conoscono questo passo di Gesù. Di Gesù cosa conosciamo davvero? Solo le cose che ci fanno comodo? Il linguaggio di queste pagine apocalittiche della Bibbia, preso alla lettera, sembra improponibile; più che incutere terrore oggi come oggi rischia di farci sorridere. Le parole potenti di Gesù pare non facciano più paura a nessuno. Qui pare di vivere nella terra dove tutti sono felici e contenti e sinceramente non sembrano tanti quelli che pensano che un giorno ci sarà una fine. Eppure non possiamo sbarazzarci, magari con un gesto di sufficienza, di verità ardue, ma decisive. Si parla di giorni tremendi, di qualcosa di sconvolgente che non c’è mai stato prima. 

2. Siamo già in quei tempi di tribolazione?

Ecco perché ci è rivolto un appello a vivere la precarietà del tempo, la costitutiva fragilità di tutte le cose. La dura esperienza della precarietà del tempo, che ci ricorda il nostro limite, ci impedisce di ritenerci onnipotenti, come se fossimo padroni del nostro vivere e morire. Eppure siamo / dobbiamo essere innamorati di questa terra e di questo nostro tempo! 

Si racconta che a San Luigi Gonzaga, mentre era intento a giocare, chiesero un giorno: ‘Cosa faresti se questo giorno fosse per te l’ultimo?’. ‘Continuerei a giocare’, disse lui… Invece nella prima generazione cristiana la persuasione della fine imminente aveva spinto alcuni ad abbandonare il lavoro: perché lavorare, prendersi cura della terra, se questa terra è al capolinea? In realtà aveva ragione quel ragazzo che ha continuato a giocare o chi continua a lavorare perché in verità non andiamo verso ‘la’ fine, la catastrofe cosmica, ma andiamo verso ‘il’ fine, verso Colui che è il fine, il termine, il senso del nostro precario esistere. 

3. Andiamo verso il fine

Andiamo verso Colui che ha voluto condividere la nostra fragile condizione umana perché nulla e nessuno vada perduto. La prima domenica di Avvento è l’inizio di un nuovo anno per il calendario cristiano. La Chiesa ha un suo calendario, perché vive il tempo come itinerario verso il mistero di Cristo. Di domenica in domenica la Chiesa ci educa ad assumere gli stili di vita propri di Cristo, per essere a Lui sempre più somiglianti. Il tempo che iniziamo oggi dice di una venuta, di un incontro. Abbiamo ricevuto dei segnali che ci invitano ad essere ancora più prudenti. 

Viviamo in tempi in cui la fede è messa a dura prova, in cui tanti abbandonano Gesù per seguire il proprio piacevole peccato. Quanto è difficile oggi essere credenti credibili e costanti! Ciò vale soprattutto per i giovani, che si entusiasmano facilmente per Gesù, come pure facilmente lo abbandonano per fare “come fan tutti”. E’ questo il vero dramma: ci vuole una fede forte e costante e non una fede “come chiede il pubblico”. Ma la speranza è una sola: che Cristo misericordioso ci è sempre accanto.

Testimonianza significativa è il testamento spirituale di nonna Rosa, custodito nel Breviario del Papa: “Che i miei nipoti abbiano una vita lunga e felice! Ma se un giorno il dolore, la malattia o la perdita di una persona cara dovessero riempirli di afflizione, ricordino sempre che un sospiro al Tabernacolo, dove è custodito il martire più grande e augusto, e uno sguardo a Maria ai piedi della croce, possono far cadere una goccia di balsamo sulle ferite più profonde e dolorose”.

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don Erminio

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