Durante l’anno giubilare abbiamo conosciuto una straordinaria testimone della Misericordia: Madre Teresa di Calcutta. Lei ci ha aiutato a capire che le persone più povere sono preziose agli occhi di Dio, sono la Sua ricchezza. Questo testo nasce dalla riflessione su chi nella vita spende del tempo per aiutare il prossimo. Come Madre Teresa ha saputo vedere nei più poveri persone bisognose di attenzione, così i due protagonisti della storia, seguendo i suoi insegnamenti, non hanno esitato a soccorrere un mendicante, che rappresenta ciascuno di noi nel momento del bisogno. Essi hanno imparato che non c’è ricompensa migliore dell’aiutare gli altri: il bene fa bene a chi lo riceve ma anche a chi lo dona, è un circolo d’amore.
Siamo in piazza Duomo a Milano, ci sono un mendicante e due ragazzi di nome Daniela e Francesco in mezzo alla gente.
“Per favore, dammi dei soldi per comprarmi da mangiare” dice un mendicante. Daniela passando tende la mano in gesto di aiuto; Francesco però le prende il braccio, la ferma e le dice che quello è solo un truffatore che vuole far credere alla gente di essere povero. Al sentire queste parole il mendicante cerca di scappare, ma i due ragazzi riescono a fermarlo; gli chiedono di spiegare perché abbia cominciato a fare quella vita. Egli allora, senza via di scampo, inizia a raccontare: “Tutto ebbe inizio sei anni fa, quando mio padre incominciò ad avere i primi problemi sul lavoro, che l’ anno successivo culminarono con il suo licenziamento; mia madre invece, sin da quando avevo dieci anni, lavorava solo part-time per prendersi cura di mia nonna, che era molto malata. Così vivevamo con i soldi rimasti e il poco stipendio di mia madre. Un anno dopo il licenziamento di mio padre la mia famiglia non riuscì più a pagare le rate della mia scuola privata e io quindi mi dovetti spostare in una scuola pubblica, ma dopo poco i miei genitori non furono in grado di mantenermi nemmeno lì e così, dato che avevo superato l’età dell’obbligo scolastico, iniziai a lavorare in un piccolo negozio. Da qui però venni licenziato, perché il direttore aveva bisogno di dipendenti con più esperienza di me. Passato qualche mese i miei genitori si ammalarono gravemente. Sfortunatamente i miei soldi non bastavano per le cure e dopo qualche settimana sia mia mamma sia mio papà vennero a mancare.” I ragazzi stupiti chiedono: “Ma perché non ti sei cercato un altro lavoro? Avresti potuto ancora costruirti un futuro!” Il mendicante risponde: “Ragazzi, non siate frettolosi, non ho ancora finito! Dopo che i miei genitori morirono, iniziai a fare il domestico nella casa di una famiglia con cinque bambini. All’inizio tutti mi prendevano in giro e io ci
rimanevo male, ma poi non ci feci più caso. Allora iniziarono a chiedermi perché fossi indifferente ai loro insulti e io risposi che se mi fossi preoccupato per ogni cosa che non andava bene nella mia vita, non avrei avuto un attimo di pace. Dopo poco però presero a non pagarmi più, mentre io facevo proprio una vita da schiavo. Per un po’ riuscii a resistere, ma passati circa due anni mi licenziai. Andai subito alla polizia per denunciare l’accaduto, ma quando gli agenti interrogarono i membri della famiglia, questi negarono tutto. Così, non avendo più un lavoro, ho intrapreso questa brutta vita.” I ragazzi allora ribattono: “Ma…” E non fanno in tempo a finire la frase che il mendicante aggiunge: “So che questa non è una bella condizione, ma è l’unico modo per guadagnare qualche spicciolo!” Daniela subito riprende: “Guarda che ci sono tanti posti che accolgono i più poveri”. E il mendicante: “Lo so, ma avevo paura che mi rifiutassero. Ora però grazie a voi ho capito che non bisogna mai arrendersi né perdere la speranza, ci sarà pur qualcuno capace di amare e rispettare gli altri! Proverò a bussare alla loro porta”. Daniela continua: “Bravo, è un’ottima scelta! E in quanto a te, Francesco, chiedi scusa al signore perché hai dubitato di lui e sei stato subito diffidente nei suoi confronti.” Il ragazzo allora dice: “Mi dispiace di averti offeso, spero che tu mi possa perdonare”. Il mendicante commosso dalla sua risposta risponde: “Grazie di cuore, la tua sincerità mi commuove. Finora non avevo mai incontrato persone disposte ad aprire il loro cuore e a scusarsi.”
Il mendicante a quel punto tira fuori dalla tasca della giacca una lettera ormai ingiallita dal tempo e dice ai ragazzi: “Questa me la diede mio padre prima di morire. Mi disse di consegnarla a chi mi avrebbe aiutato a riflettere in un momento importante della mia vita e io credo che voi siate proprio le persone giuste. Vorrei aprirla insieme a voi”.“ Certo!” replicano i ragazzi e Francesco inizia a leggerla:
“Caro figlio, sai che tra poco verrò a mancare… Ti auguro che tu possa trovare delle persone che sappiano amarti per come sei e che possano aiutarti ad emergere nella vita. Confida sempre nel Signore e ricordati che nessuno è disprezzato da Dio, in qualunque condizione egli si trovi. Ti voglio bene.”
Francesco si commuove e lo abbraccia. Poi gli chiede quali studi abbia fatto. Lui spiega di aver frequentato la scuola alberghiera fino alla terza superiore. Allora i due ragazzi gli propongono di lavorare in un ristorante di alcuni loro amici. Il mendicante, inizialmente incredulo per tanta generosità, accetta volentieri. Dopo un giorno di prova nel locale, viene assunto come barman. Trascorso un mese, viste le sue capacità e dato che il cuoco è andato in pensione, lo assumono come chef. Passato un anno il ristorante ha così successo da far guadagnare al mendicante il denaro necessario per aprirne uno tutto suo. Un giorno Daniela e Francesco vanno a trovarlo. I due giovani sono in cerca di lavoro e lui è ben felice di assumerli come aiuto cuochi. Ancora oggi il ristorante lavora benissimo e ogni giorno accoglie moltissimi clienti. Tutto questo è stato possibile grazie alla buona volontà del mendicante e alla misericordia dei due ragazzi che per primi hanno creduto in lui.
Alunni dell’Istituto S. Gemma Milano

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