Continuiamo la ricerca nei meandri dell’umanità anche in questa domenica, terza dopo Pentecoste. E’ una storia, quella dell’uomo, che si muove tra cadute e salvataggi, tra salite e discese, tra morte e vita.

L’umano è al centro del disegno creatore di Dio; tutto ciò che Egli ha fatto è in relazione con l’ultima delle sue creature. Come un pittore che sintetizza nella sua ultima opera tutto il suo pensiero e la sua arte, così è Dio nell’uomo: noi siamo espressione della divina fantasia. Siamo la Sua ultima fatica, prima del riposo.

Il testo di Genesi non ha alcuna pretesa cronologica, tecnica o addirittura storica su come siano andate le cose. Non è questo l’interesse del testo biblico che vuole andare oltre l’evidenza. Nel testo del racconto di Genesi la focalizzazione non è sul come ci siamo ma sul perché; domanda che la scienza, umilmente, sa di non essere in grado di rispondere. Perché, dunque, Dio ha pensato l’uomo?

Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente” (Gen 2,7). La causa prima fu che “non c’era uomo che lavorasse il suolo” (Gen 2,5b). L’umano è pensato da Dio come il successore diretto dei lavori di Creazione; diviene lui, da quel giorno sesto, il capo-cantiere. Ora che la responsabilità è dell’uomo, Dio si ritira lasciando libertà piena alla creatura. L’uomo, legato alla terra, è reso un qualcuno – individuo – con raziocinio e discernimento. Ciò che tiene insieme questo mucchietto di polvere, tramutandolo, è il soffio di Dio; lo Spirito Santo. Prima di cambiare sostanza al pane e al vino, lo Spirito cambia la polvere della quale siamo fatti.

Tutto è perfetto. Dio pone l’uomo nel paradiso terrestre e tutto sembra compiuto: “Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse” (Gen 2,15). I due verbi indicano la vocazione terrena dell’umana esistenza: l’uomo ha compito di coltura e di custodia. Dio si ritira nel Suo riposo non prima, però, di aver dato un comando: “tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare” (Gen 2,16b-17a). Il divieto non limita la libertà ma la esalta. La massima, tanto ripetuta, per cui la mia libertà finisce dove inizia la tua non la trovo molto corretta. Direi piuttosto, nella logica della Creazione, che la mia libertà inizia dove inizia la tua. Eppure non così viene intesa dalla primissima porzione di umanità. Il primo peccato è una rivendicazione di autonomia della creatura con pretesa di auto-elevazione a creatore. Il tentativo – che rimarrà sempre tale e nulla più – è quello di sbarazzarsi di Dio.

Paolo afferma dunque una grande verità: “tutti hanno peccato” (Rm 5, 12b). Questa è la nostra condizione di caducità che ci accomuna; nessuno escluso. Le conseguenze? “Come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte, e così in tutti gli uomini si è propagata la morte” (Rm 5,12a). La morte non esisteva, infatti, prima della caduta; era esperienza non conosciuta. Per colpa di uno, noi tutti abbiamo pagato. Che terribile ingiustizia!

Ma come pensare che Dio potesse rimanere indifferente? E’ Gesù a svelare a Nicodemo il progetto del Padre nascosto fin dal principio: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito” (Gv 3,16a). Questo è il cuore di tutto il racconto di salvezza: “Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui” (Gv 3,17). Ecco la più grande verità! Se la condizione di caducità fu vicaria ora, sempre “per colpa” di Uno, abbiamo la vita. Noi viviamo e abbiamo la vita – quella eterna – “per colpa” di Gesù!

E’ “il dono di grazia” (Rm 5,15a) che abbiamo in Gesù, che viene “da molte cadute, ed è per la giustificazione” (Rm 5,16b). Questo è il meraviglioso operato del Padre che non si ferma e non si deprime di fronte al fallimento della prima creatura. Quella condizione iniziale, perduta, ora è di nuovo acquisita grazie a Gesù. Per questo Egli, parlando di sé, afferma che “chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato” (Gv 3,18a). Tale condanna, in realtà, è un’auto-condanna; è il ripercuotersi di quell’originaria colpa che pone la creatura al di sopra del Creatore. E’ non accettare, in fondo, la libertà divina.

Gesù manifesta il paradosso che viviamo: “la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce” (Gv 3,19a). E’ il paradosso dell’umano. Legati dal di dentro a quell’opposizione iniziale del nostro padre Adamo, noi uomini tendiamo ad allontanarci dalla luce. Rimane una domanda sostanziale: perché di fronte a questa libera iniziativa divina, la nostra libertà rimane interdetta o addirittura contraria?

Primo Levi, di fronte alle ingiustizie subite dalla follia nazista, si domandava se quella fosse la vera misura dell’umano. La domanda esistenziale, di ogni tempo e di ogni dove, è sempre questa: cosa è l’uomo?

Potremmo rispondere che l’uomo è il chi della libertà divina aperto alla divina libertà.

Alessandro

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