Dialogo solo

VIA CRUCIS

dialogo solo

Il silenzio di un Uomo ingiustamente condannato.

Su di Lui il destino di noi tutti.

Uomo abbandonato, “che ben conosce il patire” (Is 53,3b),

divenne carico di tutti i pesi; di tutto il peso!

Solo morì l’Uomo.

I STAZIONE

amore è profumo

Maria allora prese trecento grammi di profumo di puro nardo, assai prezioso,

ne cosparse i piedi di Gesù, poi li asciugò con i suoi capelli,

e tutta la casa si riempì dell’aroma di quel profumo.

(Gv 12,3)

Betània è mia seconda casa,

mura di affetti, pareti di rivelati segreti;

sosta al mio pellegrinare.

Mangio una cena penultima con chi marchiò la morte di penultimità:

Lazzaro, amico mio, sei venuto fuori!

Ma ora

decidono la mia e la tua condanna.

Siete fratelli miei in una casa che sempre più mi appartiene

momento di sosta all’ultimo mio viaggio,

circondato da chi mi è affezionato.

Torno a Betània, Padre, perché lì scorro la Tua presenza;

comprendo che il focolaio domestico è emanazione prima di Te.

Ho bisogno – mentre l’ora è vicina – di amore senza condizione:

ospitato solo per essere loro amico, non per quanto compio.

In quel gesto carico di passione il preludio alla mia.

Maria sapeva, intuiva: il mio essere con loro per l’ultima volta.

Il saluto dell’amico.

Non potevo andarmene senza vederli

ancora una volta; senza il calore dei loro cuori. Senza sorrisi.

Il profumo riempie le narici, entra in gola; è denso e dolce e speziato.

Profumo di amore.

L’unico in grado di coprire l’odore terribile della morte.

Quantità esagerata per un amore smisurato: vado al martirio

come ad una festa. La mia.

Imparo da Maria, in ginocchio, qualcosa di più

del donarmi senza utile. Inutilmente.

Imparo la misura dell’oltre e del sovrappiù. Misura d’amore.

Betània è mia palestra, mia scuola,

di donazione, di vita. Di umanità.

Se ho imparato ad essere uomo, Padre, qui io l’ho appreso.

II STAZIONE

buono come il pane

Poi prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo:

“Questo è il mio corpo, che è dato per voi; fate questo in memoria di me”.

(Lc 22,19)

E’ difficile per me sedere a questa tavola,

in questa sera rossa come il vino

ultimo tramonto di giorno; dopo ho immagine di sola tenebra ed ombra.

Sera di mestizia e di gradita resa

nel vedere i miei, così attorno;

in loro

ogni altra donna e uomo. Tutti in loro.

Ogni umanità. Anche la più ingrata – Giuda

pessimo mercante che dai potere al nemico –

e impaurita – Pietro mio…

In me, in quell’ora. Pane.

Spezzato. Fragrante. Profumato. Consumato. Mangiato.

Frutto della schiacciata per peso di macina; impasto che tutto ingloba.

Il chicco conosce nuova esistenza dal suo donarsi

in farina.

Pane sono diventato. Io nato nella casa del pane:

Betlemme!

Padre non hai fatto nulla a caso.

Il mio corpo come il pane. Fragile, esile; buono.

La mia carne donata e resa edibile,

la mia consegna prima del mio consegnarmi.

Segno imperituro di salvezza, lascio un memoriale

affinché ogni volta –

che duri, Padre, che duri

mille volte, eterne volte; ch’io mi renda presente

assumendomi ogni volta il peso –

io possa presentarmi, rendermi manifesto: ogni volta

come consegna continua e perenne redenzione.

E’ questo il segno con il quale decido, o Padre,

la mia contemporaneità

ad ogni altro.

III STAZIONE

piedi lavati

Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli

e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto.

(Gv 13,5)

Fu cena smunta

di parole pesate

di sguardi abbassati.

Naturale imbarazzo, peso sul cuore di tutti i miei.

Non sentono il mio.

L’ordinarietà degli anni passati sta per obliarsi: chissà

se le mie parole – più dei miracoli! –

rimarranno scritte non su tavole ma nelle loro esistenze.

Qui dove già respiravamo eternità più che angoscia e paura

decido di amarli fino in fondo, fino al fondo di me.

Padre tu sei mio esempio; io ho voluto essere il loro.

Ciò che dico e faccio

sei Tu. Nient’altro.

Manifesto la tua più profonda identità: di chi

in ginocchio, abbassandosi,

si umilia nella condizione del servo che lava i piedi.

Così ti ho conosciuto.

Loro pensano che sia un gesto mio; folle, è chiaro:

sento Pietro, la sua contrarietà, il suo rifiutarsi.

Io sto parlando di Te, Padre; di Te solo;

tutta la mia esistenza è stata

Tua esegesi e rivelazione.

Tengo tra le mani, segnati dal cammino, e piagati, sanguinanti, doloranti

stretti tra i miei palmi, i loro piedi

come fece sorella di Lazzaro.

Mi sono spogliato di non solo vesti;

mi spoglio di tutto me stesso;

sono spoglio, esposto,

indifeso. Indefesso.

IV STAZIONE

il Paràclito

E io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre.

(Gv 14,16)

Il mio levarmi dal mondo, dalle cose

dalla materia

non è definitiva di me; non devono vincere le tenebre ignote

so che qualcosa muta: il dopo non sarà più

come ora

come nulla accaduto.

Allora prometto la Tua promessa – o Padre –

di un secondo Inviato – un secondo Messia? –

rivelazione piena del Divino:

vieni!

Lui mi unse fin dal principio, io l’Unto;

io Consacrato prometto il Consacratore.

Se io non posso rimanere,

Lui viene per questo.

E’ il Rimanente; Colui che rimane:

verbo infinito d’amore.

Rimanere.

Lo Spirito – energia nascosta che mi ha generato

forza che in me primeggia, sospingendomi

mandandomi; mia voce e mio soffio.

Mia vita. La stessa vita divina è offerta a loro

perché Tua architettura prima, recupero dell’originale,

è intendere gli uomini

quali essere divinizzati, soprannaturali

nella loro natura.

Se solo scoprissero

l’incredibile dono a loro fatto…

V STAZIONE

unità è Vangelo

Perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi,

perché il mondo creda che tu mi hai mandato.

(Gv 17,21)

Sto diventando liturgia. Come mai prima d’ora.

Travalico spazio e tempo: tutti vedo davanti ai miei occhi;

il mio corpo, ora esteso

assume pleroma: mio destino.

Divento sacrificio, culto e offerta;

sintesi di ogni epoca.

Mi ritrovo ad assumere forme e panni

che non avevo mai sfoggiato:

sommo sacerdote.

So che posso essere il solo, ora,

a compiere l’inaudito, l’inveduto.

In me vi è prima e dopo, passato e futuro

ma il presente,

ora,

mi trasfigura – avverto la tensione interna –

in cambiamento decisivo.

Mi rivolgo a te, Padre, come sempre; e come mai prima d’ora.

La mia umanità ubbidisce all’eternità, sottomettendosi

in me impulso, frenesia

per tutti questi, tutti loro. E molti di più.

Moltitudine.

Chi verrà dopo è mio pensiero, anche a loro mi offro.

Perché l’Uno li pervada come pervade noi;

come siamo noi – Uno.

Desidero la loro consustanzialità. Confratelli.

Segno decisivo è solo questo.

Che siano unità

non solo di misura ma di moltiplicato.

VI STAZIONE

come l’oliva

Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice!

Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu.

(Mc 14,36)

Cantiamo l’alleluja,

come le altre pasque

ma differente è questa, unica

e usciamo dalla stanza, dal luogo della cena

io e i miei amici. Pasqua è cibo e canto.

Li ho sconvolti ma ancora tutto ha da accadere. E nulla comprendono.

Come mi piace, Padre, fermarmi qui,

in quest’orto, tra ulivi che narrano epoche passate;

nervature e nodi intessono

il racconto di genesi; gli alberi ascoltano e parlano

la lingua di Dio. Testimoni privilegiati: videro il plasmarsi dell’umano.

Qui ho imparato, nel corso degli ultimi mesi,

l’antica arte della spremitura.

Ho imparato ad essere oliva e conosciuto il dovere di smungerla

perché ne esca frutto. L’oro ha da essere estratto.

Delizioso e buono, atto ad esaltare.

Imparai e in questa notte mi chiedi verifica di quella scuola.

Devo essere anch’io torchiato, spremuto

perché liberi il succo

della passione

atto a redimere; purificazione ed espiazione.

Sangue. Sangue ed olio.

Ho insegnato ai miei come pregarti perché si compisse la Tua volontà.

Ora mi è chiesta la prova massima.

Si compia! Anche se è dura.

VII STAZIONE

presa e resa

Giuda, con un bacio tu tradisci il Figlio dell’uomo?

(Lc 22,48)

Non ho mai fatto male a nessuno;

piuttosto ho rischiato.

Quante lapidazioni evitate

solo per la pretesa di dire la verità.

Il male l’ho combattuto e ho insegnato a combatterlo.

Sono stato nemico del male.

Ma ora non è più rischio ma dovere. Obbedienza.

Volontà Altra.

Perché si deve compiere la Scrittura

da me incarnata, vivificata.

Padre sapevi. Io ho dovuto imparare a comprenderlo.

Ogni giorno mi è diventato tutto più chiaro.

La Tua volontà.

Com’è difficile ora. Come difficilmente la comprendo.

In me emozioni contrastanti prendono il sopravvento;

rimanere lucidi è assai complesso.

Ribellarmi o subire?

Per tradimento; così doveva andare.

Tradito da uno dei miei; svenduto come merce di poco valore.

Guarda il Figlio Tuo trattato da malfattore

accerchiato da gente fuori di sé; hanno bava alla bocca.

Aspettavano questo momento. Da tempo.

Il momento in cui venni messo

nelle loro mani.

Le loro mani addosso.

VIII STAZIONE

l’impotenza del potere

Che cos’è la verità?

(Gv 18,38)

Sono trattato non come uomo; non mi considerano più nemmeno tale.

Eppure la Legge – che dicono di osservare – questo non lo insegna.

Tutto viene svolto di fretta; con l’ansia

di sbarazzarsi di me

prima della festa. Che Pasqua avrebbero mangiato?

Essa avrebbe facilmente annebbiato la mia assenza.

Vogliono cancellare l’ingiuria di un processo fasullo

con la festa.

Mi portano a forza da chi aveva il potere.

Giochi di potere che ho sempre condannato.

Ne sono ora vittima.

Regno contro regno. Una lotta impari – se lo sapessero! –

fin dall’inizio. Il potente Pilato è in realtà destabilizzato

dalla mia presenza.

Sperimenta l’impotenza, sensazione mai accusata da lui.

I nostri occhi si incrociano; sa di essere conosciuto

guardandomi. Sa di ammirarmi, ne è affascinato.

Si domanda quale umanità io celi.

E’ attratto dalla mia figura, dal mio silenzio.

Dal mio essere pienamente uomo.

Fatalmente, Padre?

I miei silenzi boati assordanti in lui. Sa, conosce

comprende Pilato. Avverte di avere davanti a sé

non solo un Uomo. Nell’aria elettricità.

Per questo mi domanda cosa sia la verità.

Sono confuso.

Forse, Padre, nemmeno più io la comprendo.

IX STAZIONE

fatica nel cammino

Ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo detto del Cranio, in ebraico Gòlgota.

(Gv 19,17)

Percosso e oltraggiato a sentenza emessa

mi avvio, carico del patibolo,

nel luogo preposto. Strana questa pena:

al condannato è chiesto di farsi forza

per portare lo strumento della propria agonia.

A che serve tanta fatica?

Sono allo stremo: le spine avvolte in testa

sono chiodi nella carne.

La testa mi scoppia. Ho sputi addosso, di prima

e di ora, della povera gente che

ai lati di questa via viene eccitata a sbraitare

contro i condannati.

Nella fatica della via accuso colpi

sferrati all’impazzata. Senza motivo.

Padre stai osservando?

Il flagello mi ha tolto carne e polpa dalle ossa;

cammino a fatica; cado sotto il peso.
Insopportabile. Ma non questo esterno

è quell’interno che mi arde il cuore

che mi toglie respiro. Il peso di Dio.

Calci, polvere, grida e strattoni.

Che uomo è uno ridotto a questo?

Fango mi ricopre; il sudore si incrosta assieme al sangue

alla veste consunta.

Nelle narici mi punge l’acre della mia pelle.

Vedo a fatica dove calcare il sentiero;

sono tutto dolore.

Lo conosco bene, lo sto imparando.

Fatico a reggermi in piedi: nessuno ha pietà.

Padre, costoro mi chiedi di salvare?

X STAZIONE

appeso al palo

Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno.

(Lc 23,34)

Uso forse poca ragione

nel rivolgerti questa obiezione; scusante ingenua:

come si può non sapere?

Come possono martellare colpi ai ferrei chiodi

a perforazione di carni?

Sono qui; fermo, consegnato. Non mi tiro indietro.

Ma non posso dirti, Padre, di comprendere tutto questo:

io non li capisco. Non mi capisco.

Ho pensato di capirti. Mi bucano come fossi misera stoffa:

vedo davanti a me parole di salmi cantati

in epoca senza sospetto.

Un canto profetico?

Ora si compie!

Avverto in me ruggine e schegge; sono ferro e legno.

Stremato, tutto il peso ora lo avverto.

Tutto il peso – esausto – incombe in me.

Vedo Satana osservarmi,

felice, augusto, deridermi;

tra la folla, tra gli occhi assetati

di chi irragionevole è colto da frenesia di violenza.

Vuole che io bestemmi il nome Tuo – il Santo.

Vuole che Ti incolpi, io ingenuo Giobbe;

assetato del mio odio che reprimo con tutto me stesso. Non uscirà.

Appeso, sospeso

tra cielo e terra, colgo –

finalmente , pienamente! –

la mia unica e perenne missione.

Mediatore sarà il mio nome.

Mediazione la mia opera.

XI STAZIONE

natura esposta

I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti,

ne fecero quattro parti – una per ciascun soldato -, e la tunica.

Ma quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo.

(Gv 19,23)

Giocano su di me moribondo;

scommettono e ridono.

Mi fanno da guardia: dove volete che scappi?

Si ricorderanno di me come il rimanente.

Non posso scappare.

Padre! Salvami da quest’ultima ora

la più difficile, insopportabile.

Sono esposto alla pubblica mercé: come ridono

come godono di un corpo in fin di vita ignudo alla morte.

E ripenso al male compiuto: nessuno! L’ho sempre evitato,

redimendolo; liberando, guarendo. Elevando.

Mia missione è stata elevare l’uomo.

Mi hanno ripagato della stessa moneta: sono anche io elevato.

Troneggio nel luogo che credono il più infamante

svelo il mistero più grande

la gloria più vera

la verità più autentica. Espongo la mia natura.

La mia tunica, dono prezioso di donne, è d’un pezzo solo;

quella non la toccano: vale più di me.

A me sbrandellano; riducendomi.

Sono per loro solo un numero: tanti prima e dopo di me.

Gli appesi.

Una è la mia missione; uno l’esito.

Uno in te Padre.

Totalmente esposto.

XII STAZIONE

misericordia rubata

In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso.

(Lc 23,43)

Qua con me, appesi, altri due.

Condannato alla stessa pena, anch’io insignito

d’esser ladro; di essere assassino.

Io? Ho ridato anche vita quando

sentivo di doverlo fare. Quando ho dovuto.

Uno di loro improvvisamente confessa; riconosce.

E’ fede?

Forse una delle più limpide viste quaggiù. La riconosco.

Sento di nuovo il profumo espandersi.

Ha paura e timore.

Mi hai reso peccato; provo la dimenticanza del cuore d’uomo.

Quanti crocifissi nell’anima!

Come si può vivere lontani da Te? Non è vita

ma dimenticanza, erranza, tristezza la Tua assenza.

Padre hai voluto farmi sentire, provare

l’umano dolore

quello che brucia nelle ossa; che divide e dilania.

Sono peccato assunto

che si ritrova nell’abisso insensato

del male libero. Questo è inferno.

Quest’uomo mi sta riportando fuori con il suo grido;

il mio perdermi è salvato dal suo

salire dal terrore della solitudine si può per coraggio di

guardare il volto dell’altro.

Mi ruba misericordia; mi desta dagli spasmi malvagi

diviene mendicante di grazia.

Dopo di lui tutti tenteranno l’impresa: rubare il Cielo!

Io, aperto e impotente,

braccia allargate ed estese

divengo il suo oggi. Porta, d’ora in poi,

spalancata. Scardinata.

Per tutti.

XIII STAZIONE

consegna reciproca

Donna, ecco tuo figlio!

(Gv 19,26b)

Tutti mi hanno lasciato.

Solo.

Si muore soli ma meglio se al capezzale vi è una compagnia.

Vedermi abbandonato fu la loro vittoria.

La mia resa. E quella dei miei.

Che paura mettevo?

Gli occhi si stanno chiudendo. I pensieri diventano grigi.

Ma scorgo, riesco a vedere la madre mia –

patisce con me; soffre del mio stesso soffrire

compimento di quanto le era stato detto di me;

sperava non avvenisse – in lacrime

che sta. Era il verbo da lei privilegiato

me lo ha insegnato a forza di esempio. Stare è non abbandonare.

E con lei l’amico mio; il più giovane.

Com’è bella la giovinezza… Ricordo di me ragazzo

affaccendato nella bottega di Giuseppe

e libero tra i campi di grano, osservatore di cielo. Sognavo di volare.

E’ ora di consegna. Perché l’umanità venga riabilitata

affinché i due tornino ad essere una carne sola.

Madre – mio tabernacolo d’affetti -;

Amico – mio discepolo prediletto – ;

vi consegno all’attenzione l’uno dell’altro.

Padre vuoi che il frutto rimanga.

In lei vedo la mia Chiesa; in lui ogni discepolo.

Creo la cura della fraternità ritrovata

la modalità nuova del dopo

di me.

XIV STAZIONE

tutto è compiuto

Di nuovo gridò a gran voce ed emise lo spirito.

(Mt 27,50)

E’ fine.

Il tutto compiuto.

Il fiat finale.

Volontà tua.

Diventare l’amen, il sì Tuo Padre

mio unico destino.

Diverrò caparra, assicurazione, rifugio.

Non ho più fiato; solo grido.

Grido a Te ma non contro. Il Tuo nome è lenitivo. Così spero.

Sono tremore e tensione.

La tentazione di lasciare è ora impraticabile.

Non si dica che non conosco dolore.

Il Sole si nasconde; la terra trema.

Il velo del tempio più non cela. Rivelazione.

Tutto è compiuto.

Il cuore è meccanismo ora inceppato ma esterno

nervi e muscoli conoscono fluidità mai provata.

Il peso del corpo non mi è più dato di conoscere.

La mia morte è

morte di ogni altra morte

accumulo di tutte le morti

abisso insondabile.

Dove mi trovo? E come mi trovo?

E’ questo luogo mai conosciuto

sospeso, tra due tempi. Qui vi è tutto il prima di me.

Così si muore? A me dinanzi

una moltitudine che non avevo ancora visitato.

A loro una parola che mai avevano udito.

Vedrò nuovamente la luce? Percepisco che fine

questa non è.

Padre, anche quaggiù ti avverto. Il Tuo amore non conosce barriera.

Tutto è compiuto.

XV STAZIONE

silenzio penultimo

Il giorno di sabato osservarono il riposo come era prescritto.

(Lc 23,56b)

Mi manca il corpo.

Mi ci sono affezionato. Ho conosciuto

sulla terra la bellezza d’esser uomo. Ho giocato

con loro; di un gioco che non voglio smetta mai.

Avranno cura del mio corpo?

Io sono l’Incarnato,

ho assunto carne quale luogo privilegiato del Divino.

Non sono mai stato così tanto Figlio:

da sempre Figlio del Padre

ho imparato ad essere Figlio d’Uomo.

Penso alla madre. Penso alla terra.

Sento silenzio.

Padre anche tu stai silente:

l’ultima Tua Parola, io.

Questo è solo tempo penultimo

verrà il definitivo

tempo

mio.

E mi ridarai il corpo,

bucato, segnato indelebilmente; perenne memoriale,

sacramento.

Perché io sono.

E sarò. Per sempre.

Solo calcai il torchio:

con me non era nessuno:

calcarono su me tutti:

inebriato quasi spreco di sangue

in una rossa follia:
solo il torchio calcai:
liquido amore profuso
in estremo furore,
calcai il torchio, solo:
solo a torchiare,
solo a spremere il sangue mio:
tutto il mio Sangue sparso.

(Clemente Rebora)