A VISO SCOPERTO

Brano, quello del Vangelo di questa domenica, che continua quello di domenica scorsa (cfr. Gv 8,31-59). Uscito dal tempio, dopo la lunga discussione su Abramo, Gesù “vide un uomo cieco dalla nascita” (Gv 9,1). Gesù vede un uomo che non può vederLo. La categoria di guarigione che siamo soliti attribuire a questo quinto segno – secondo il racconto giovanneo – non esprime la realtà dell’accaduto: l’uomo è cieco “fin dalla nascita”, ci tiene a sottolineare più volte Giovanni. Non può dunque trattarsi di guarigione; guarito è quel membro o quella parte che funzionava correttamente fino ad un certo tempo. Quegli occhi non hanno mai funzionato; quell’uomo non sa cosa significhi vedere: non lo ha mai fatto! I suoi occhi mancano, da sempre, di qualcosa; sono imperfetti.

Il racconto dunque assume un qualcosa di più profondo. L’accadimento è una ri-creazione; è qualcosa di nuovo che viene creato ipso facto. Secondo la nostra tradizione ambrosiana poi, il cammino quaresimale domenicale assume anche toni catechetici-battesimali per i catecumeni che si preparavano a ricevere il Sacramento della Rinascita. Durante il racconto quel cieco che “acquista la vista” (Gv 9,11c), cresce gradualmente nella fede, compie un cammino interiore che lo porta via via a riconoscere Gesù: lo chiamerà inizialmente “l’uomo” (Gv 9,11a), poi “profeta” (Gv 9,17b) fino alla più completa professione “credo, Signore!” (Gv 9,38a). “Il cieco dalla nascita rappresenta ognuno di noi, che siamo stati creati per conoscere Dio, ma a causa del peccato siamo come ciechi, abbiamo bisogno di una luce nuova” (Francesco, Angelus 26 marzo 2017).

La domanda dei suoi non è banale: “Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?” (Gv 9,2). La malattia – come la morte – non è mai punizione di Dio così come non rientra nel Suo progetto di creazione. La malattia non ha il diritto di cittadinanza in noi; non ha il permesso di soggiornare! La malattia è conseguenza del peccato originale; è la cicatrice che sempre ci segnerà fin quanto staremo sulla terra. Essa però richiede anche discernimento perché, Gesù lo sa bene – avvenne per il paralitico (cfr. Mc 2,1-12) -: a volte può essere anche la conseguenza del nostro peccato personale. Gesù svela ai suoi la tipologia di quella cecità: “Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio” (Gv 9,3). La malattia è permessa da Dio e ora quel nato cieco diventa catechesi vivente per i suoi. Gesù mostra così “quanto più è glorioso il ministero dello Spirito” (2Cor 3,8).

Gesù ha già proclamato essere “la luce del mondo” (Gv 8,12) e dopo averlo mostrato verbalmente ai Giudei ora è pronto a mostrarlo nel segno. “Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe” (Gv 9,6-7a). E’ interessante notare che il cieco non gli chiede nulla, non lo cerca, non ha alcuna pretesa. E’ Gesù ad avvicinarsi a lui. Mi immagino lo stato d’animo di quel cieco che, senza capire cosa sta accadendo e chi lo sta compiendo, si ritrova del fango in faccia. Questo segno, per i suoi, ha un valore primordiale che deve far tornare alla memoria un altro gesto: “Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente” (Gen 2,7). La saliva è la condensa del fiato; Gesù sta rifacendo esattamente ciò che ha visto fare dal Padre nel giorno sesto di creazione.

Il comando di Gesù, poi, di andare a lavarsi proprio nella piscina di Sìloe – e non in un’altra – risuona quasi come una beffa. Ci troviamo fuori dal tempio, la parte più alta della città di Gerusalemme. La piscina di Sìloe si trova esattamente dalla parte opposta e, per di più, nella zona più bassa. Quel poveretto che improvvisamente si ritrova del fango buttato in faccia deve attraversare a tentoni la città, scendere nelle strette vie di Gerusalemme, per arrivare alla piscina. Per un attento conoscitore dei testi sacri, però, questa piscina non è come le altre. Essa si caratterizza per un particolare: è la piscina legata al Messia, a Colui che è mandato. Gesù, con questo segno, si svela per ciò che Egli è.

Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva” (Gv 9,7b). Quel poveretto, che mendicava tutti i giorni fuori dal tempio, obbedisce alle parole e al comando di un perfetto sconosciuto. Gesù compie sempre il primo passo verso di noi ma ci lascia liberi di scegliere; la nostra libertà è l’unico campo in cui Dio, se non ha il nostro permesso, non può entrare. “Dio, che ti ha creato senza di te, non può salvarti senza di te” (Agostino). Quello ritorna, e ci vede! Chissà che gioia immensa provò per questa novità: per la prima volta vide la città in cui viveva, le persona che tutti i giorni ascoltava parlare; i colori, il cielo, gli alberi, le strade,… Tutto gli sembra nuovo; egli è come se fosse venuto al mondo in quel momento! Ritorna, l’ex-cieco; Gesù scompare dalla scena.

Il caso diventa di dominio pubblico in breve tempo. La novità risuona più come minaccia alla pubblica quiete. “I vicini e quelli che lo avevano visto prima” (Gv 9,8a) iniziano a chiedere conto: è lui? non è lui? “Sono io” (Gv 9,9b) risponde. Iniziano le domande a mo’ di interrogatorio. Chiedono il come, sono curiosi riguardo la tecnica. L’uomo è attento a riportare tutti i verbi, tutte le azioni svolte da quello sconosciuto.

L’interrogatorio non ha intenzione di fermarsi; bisogna andare a fondo. Lo conducono dai farisei; era un sabato quel giorno e fare del fango non era consentito. Sono più interessati al crimine contro la legge rispetto al fatto stesso: e cioè che un uomo cieco dalla nascita abbia acquistato la vista! I farisei chiedono anche loro il come, la tecnica; vogliono sapere “e c’era dissenso tra loro” (Gv 9,16b). Il fatto lascia sbigottiti anche i padroni del culto che credono di avere il controllo di tutto ma si perdono negli anfratti della Legge.

Al tribunale, però, il solo nato cieco non basta. C’è bisogno della prova. Non credono che fosse cieco dalla nascita e per questo chiamano i genitori a testimoniare. Chi meglio di loro lo conosce? “E’ questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?” (Gv 9,19). “Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé” (Gv 9,20-21). I genitori non svolgono il ruolo che gli spetta: quello della difesa del figlio. Anziché essere sorpresi di vedere il loro figlio ed essere a loro volta visti per la prima volta da lui, si preoccupano “per paura” (Gv 9,22a) di prenderne le distanze. Rimandano il problema al figlio, non ne vogliono sapere nulla; vogliono rimanerne fuori. Loro non sanno niente. Sono genitori omertosi, quelli.

E per la terza volta i farisei chiedono come quell’uomo Gesù gli abbia donato la vista. Loro sono sicuri della sentenza: “noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore” (Gv 9,24b); “sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia” (Gv 9,29). I farisei sono persone che sanno tutto. O almeno, lo credono loro.

Fanno riferimento, ora, a Mosè. Non è bastata la sberla teologica su Abramo. Mosè che, sceso dal monte dopo aver ricevuto le Tavole delle Dieci Parole, “non sapeva che la pelle del suo viso era diventata raggiante” (Es 34,29b) e che per questo “si pose un velo sul viso” (Es 34,33). Velo che, rimprovera Paolo, “rimane non rimosso perché è – solo– in Cristo che viene eliminato” (2Cor 3,14). Quel velo rischia di separare. E’ solo in Gesù che questo viene eliminato. Mosè ha preparato questo “svelamento”; non è ancora il compimento! Noi, in Gesù, possiamo presentarci a viso scoperto al Padre, senza paura o “timore” (Es 34,30b). E Gesù, che davvero mostra “quanto è glorioso il ministero dello Spirito” (2Cor 3,8), è rappresentante di un criterio cardine per l’Apostolo: “dove c’è lo Spirito del Signore, c’è libertà” (2Cor 3,17). Gesù è libero nel suo agire perché mosso dallo Spirito. Lo Spirito davvero è quella forza che ci permette di operare liberamente, oltre le cose.

Siamo stati benedetti dalla visita del Pontefice di sabato. Francesco mostra in toto questa libertà dello Spirito: nello sguardo, nelle parole, nelle risposte, nei silenzi, nei gesti. E’ la stessa libertà che muoveva Gesù. E’ la stessa che muoveva gli Apostoli dopo la Pentecoste. E’ la stessa che animò i santi.

Ora colui che era cieco risponde con parresia; nel cammino di fede cresce anche la sua convinzione: “Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato” (Gv 9,30.32). Quell’uomo, senza nemmeno saperlo, è diventato discepolo. Quelli, risentiti, “lo cacciarono fuori” (Gv 9,34b).

Sul finire del racconto, riappare Gesù che nuovamente lo va a cercare. Colui che era cieco non conosce il viso di Gesù ma solamente la voce. “Tu, credi nel Figlio dell’uomo?” (Gv 9,35b) gli domanda. “E chi è, Signore, perché io creda in lui?” (Gv 9,36). “Lo hai visto: è colui che parla con te” (Gv 9,37) svela Gesù. “Credo, Signore!” (Gv 9,38) professa colui che era cieco, prostrandosi a terra.

Il cammino del cieco nato è anche il nostro. Senza che ce ne accorgiamo, può capitare che Gesù ci tolga il velo dagli occhi. Può capitare di iniziare a vedere in maniera nuova, con una nuova mentalità, con il pensiero e i sentimenti di Cristo. Può capitare che, senza che ce ne accorgiamo, ci troviamo sulla sua via, che è via di verità, di compimento. Può capitare che, nel cammino, cresca in noi il riconoscimento di Gesù. Non ci basta sapere che egli è “l’uomo” (Gv 9,11a); siamo circondati da uomini, o presunti tali, che ci promettono tante, troppe cose, lasciandoci però delusi. Non ci basta nemmeno sapere che Egli sia “un profeta” (Gv 9,17b); siamo circondati da così troppe parole da non ascoltarne più nessuna. Il cammino ci deve portare, prima o poi, alla rivelazione piena: Sei il mio Signore! Credo!.

E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore” (2Cor 3,18).

Professarlo Signore della nostra vita significa eliminare tutti i “signorotti” che ci siamo creati; significa eliminare tutti gli idoli e le forme idolatriche che affastellano il nostro cuore. Professarlo Signore significa sottomettergli ogni cosa: gli affetti, il lavoro, il riposo, la malattia, la morte,… Professarlo Signore, in definitiva, significa dar modo allo Spirito di trasformarci “di gloria in gloria” in Gesù; e questa trasformazione è visibile, non solo interiore, riflettendo, negli altri, “la gloria del Signore”.

A viso scoperto!

Alessandro