Quidditas

ETHOS – quidditas

Nessuna cosa muore,

che in me non viva.

Tu mi vedi: cosí lieve son fatto,

cosí dentro alle cose

che cammino coi cieli;

che quando Tu voglia

in seme mi getti

già stanco del peso che dorme.

(Salvatore Quasimodo)

Vi è la narrazione di una forza immensa racchiusa nel piccolo. E’ mistero di moltitudine celata nell’apparente in-significante. Analogia campestre dell’umano esistere.

Cristo eleva la sapienza contadina – quella del seme – a logica divina. E’ quasi ossessionato dal piccolo. Sa, Egli conosce il potenziale del piccolo. Vi è sempre la sorpresa, lo stupore del seme; della vita in atto, del divenire. Così, similmente, è “il regno dei cieli” (Mt 13,24a).

Non un paese utopistico, luogo fatato e lontano. Ciò sarebbe inferno. Non si tratta di un locus ma di un quid. O meglio di un Chi. “Io, io sono il Signore” (Is 43,11a). L’Ente stabilisce la portata della narrazione. Ribadisce il Suo ego a dire il Suo esserci.

Il Regno, il Figlio, Dio si palesa con la forza del seme appena piantato. Ha pazienza di esplodere, “il più piccolo di tutti i semi” (Mt 13,32a).

Continua novità alla statica ordinarietà, il seme, pazientando, diverrà ciò che è. Non c’è altra possibilità. E’ irrefrenabile. Nemmeno la “zizzania” (Mt 13,25b) gettata dal nemico può intralciare il maturare del grano. Male e bene giocano, fin dall’inizio, impari.

E’ – paradossalmente – meglio che crescano insieme. E’ così loro permesso. Per temprare il grano. Per non confonderli. L’ordine è chiaro: “lasciate che l’una e l’altro crescano insieme” (Mt 13,30a). Sa, il padrone del campo, cosa è meglio.

Perché “né chi pianta né chi irriga vale qualcosa, ma solo Dio, che fa crescere” (1Cor 3,7). Liberi dall’esito, occorre tenere fisso lo sguardo sull’esistenza. Non ha importanza l’entità della potenza – cosa si fa – ma l’atto ultimo – il Divino sul tutto.

Il “buon seme” (Mt 13,24b) del Regno è spargimento di figli per mano del Figlio. Nel Suo campo che è “il mondo” (Mt 13,38a), cioè in tutto il reale.

La parabola è invito a tenere un pertugio sempre aperto alla possibilità del Divino nella storia, sapendo che siamo in mani Altre.

Il Profeta è cassa di risonanza decisiva per la decisione di ciascuno: “io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?” (Is 43,19a). Perennemente il seme della novità sboccia e germoglia. L’uomo nuovo vive di questo mutamento continuo e cogente.

Spesso non ci si accorge, preferendo la memoria nostalgica alla continua sollecitudine. Il Regno è provocazione per eccellenza.

L’uomo nuovo è colui che continuamente si lascia provocare da un Altro, aperto allo stupore di una forza che non gli appartiene.

Libero dall’esito non soffre di ansia da prestazione.

Alessandro