9 novembre 2025
CRISTO RE DELL’UNIVERSO (C)
Matteo 25,31-46
Riflessione a cura di Erminio Villa.
1. Il potere è servizio
L’odierna Festa liturgica di Cristo Re coincide con conclusione dell’Anno Liturgico. È il tempo della Chiesa, in cui si rivive la vicenda evangelica che culmina nella Pasqua del Signore.
Di anno in anno, dall’infanzia al compimento del nostro esistere terreno, ciò che Gesù ha detto e fatto scandisce i nostri giorni; nell’indifferenza per alcuni, nel coinvolgimento per altri.
Finché la vita scorre nelle nostre vene ci è dato di incontrarlo, di seguirlo, portando umanità fragrante, dove i vissuti sono logori e stremati dal peso del quotidiano.
Festeggiare Cristo Re dell’universo ci ricorda che ogni forma di autorità, il vero potere, è a servizio non dei propri interessi personali, non del proprio arricchimento a discapito di altri, quanto del bene comune. Nel contempo, l’odierna ricorrenza ci propone una riflessione sullo scorrere del tempo e sul giudizio che ci attende al suo termine.
Con il linguaggio apocalittico che gli è tipico, il profeta Daniele inscena un dramma che scrive nel II secolo a.C. ma retrodata all’epoca dell’esilio degli ebrei in Babilonia nel 587 a.C., alla corte del re Nabucodonosor.
Il veggente ci esorta a considerare i fragili equilibri del potere in questo mondo (Daniele 7,9-10.13-14). dandoci quasi un quadro geopolitico definitivo. Ecco la visione: al Figlio dell’uomo (Cristo glorioso) “furono dati potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano: il suo potere è un potere eterno che non finirà mai, e il suo Regno non sarà mai distrutto”
2. La morte non è l’ultima parola su di noi
Nella seconda lettura (1 Cor 15,20-26.28), San Paolo fa esplicito riferimento alla morte biologica, l’evento che assilla tutti noi, con la sua quotidiana brutalità e sfacciataggine. Essa però non è l’ultima parola su di noi. Con scansione gerarchica, l’apostolo parla di un disegno divino che culmina nella rigenerazione della nostra vita e nella fine della morte.
Da qui scaturisce un appello etico per tutti noi, a combattere, con vicinanza, umanità, sostegno, ricerca scientifica, testimonianza cristiana, ogni forma di male e di malattia, siano esse causate dalla libertà malata di taluni, che porta a scelte devastanti, sia da eventi che irrompono indesiderati nella nostra vita.
3. Il futuro giudizio di Dio
Coerentemente con il tema della fine del tempo, che questa ultima domenica dell’Anno liturgico ci richiama, il Vangelo di Matteo ci riporta l’ultimo discorso pubblico di Gesù (Matteo 25,31-46).
Il testo raccoglie una delle tre parabole del capitolo XXV dell’Evangelista: la parabola del giudizio universale. L’etica del presente, per i cristiani trova fondamento nella buona coscienza, come per ogni uomo, ma soprattutto nel giudizio futuro di Dio.
Qui viene alla mente l’antica domanda di Dio all’uomo: Adamo dove sei? Dov’è la tua umanità? È interessante notare come il giudizio verta sul nostro vissuto di relazione con gli altri.
Ritroviamo ancora il Figlio dell’uomo, già citato da Daniele, termine non immediatamente decifrabile, che colloca questa figura nella sfera del divino. Ovviamente si tratta di Gesù.
Il giudizio divino e la conseguente collocazione eterna, scaturiscono dall’attenzione verso cinque situazioni umane che indicano fragilità, bisogno assoluto. In seguito, la Chiesa le indicherà come opere di misericordia corporale.
L’elenco, che enumera affamati, assetati, stranieri, nudi, malati e prigionieri, è esemplificativo del vasto abisso di povertà, indigenza e fragilità che affligge l’umanità.
Tra Gesù e costoro c’è una misteriosa solidarietà: farsi prossimo a loro è farsi prossimo a Gesù. Così possiamo dire che il giudizio finale verterà sull’aver accolto o meno il Signore, presente in questi suoi piccoli e fragili fratelli e sorelle.
Dunque non perdiamo mai di vista questo orizzonte!
-- don Erminio

