16 novembre 2025
I DI AVVENTO (A)
Matteo 24,1-31
Riflessione a cura di don Erminio Villa.
L’inizio dall’Anno Liturgico rilancia il nostro cammino alla luce del Vangelo di Gesù. Si riparte con l’Avvento ambrosiano, fatto di sei settimane.
La Parola di Dio di oggi ci ricorda il valore profondo di questo “tempo forte”: prepararci alla seconda venuta di Cristo sul fondamento della sua Incarnazione, della sua esemplarità, del suo messaggio, del dono dello Spirito Santo che ci parla di Lui, ci sostiene in Lui, ci conduce a Lui.
1. La fedeltà di Dio
La prima lettura, che tratta dalla parte finale della profezia di Isaia (Is 51, 4-8), ci invita a non avere paura delle traversie che il mondo vive, pur mantenendoci attivi nel correggerle, per quanto ci è possibile.
Isaia ci ricorda che sopra ogni cosa sta la giustizia di Dio, termine che, in ebraico è l’equivalente di fedeltà. Dio è fedele, Dio è affidabile e non tarderà.
2. I cristiani fedeli
Nella seconda lettura (Seconda Lettera di San Paolo ai Tessalonicesi 2,1-14), San Paolo ci ricorda che il mistero dell’iniquità (male, in greco mancanza di legge) e la piaga della non equità (disparità sociale) operano attivamente nella nostra società.
Ma lo sguardo dell’Apostolo si posa anzitutto su pochi che vivono in sincerità e verità la fede cristiana, trovando in essi grande consolazione.
Anche noi siamo invitati a non scoraggiarci, bensì a cogliere i germi di fede e di speranza presenti nelle nostre comunità.
Gesù non ha mai detto che la Chiesa sarebbe stata maggioritaria. Quando lo è stata fu per un tragico connubio con il potere. Gesù parla della Chiesa come seme, lievito e piccolo gregge, attivo nell’annuncio del Vangelo e vigilante nell’attesa del suo ritorno.
3. La perseveranza, anche nel tempo della prova
Il Vangelo secondo Matteo (Matteo 24, 1-31) ci riporta la prima parte dell’ultimo discorso di Gesù, il discorso escatologico (il futuro letto con gli occhi di Dio).
Gesù è appena uscito dal Tempio di Gerusalemme e dichiara che non vi farà più ritorno. Il Tempio non serve più, cadrà diroccato, poiché ora è Gesù la presenza di Dio nel mondo. Gesù aveva appena profetizzato “D’ora in poi non mi vedrete finché non direte: Benedetto colui che viene nel nome del Signore” (23,39).
Ecco allora la duplice domanda dei discepoli: quando accadrà questa distruzione e quale sarà il segno del ritorno di Gesù tra noi (in greco Parousìa = venuta, ritorno glorioso del re dalla battaglia)?
Noi sappiamo che nel 70 d.C. i romani distrussero il tempio, ma ancora attendiamo il ritorno glorioso di Gesù. Gesù legge la storia come il tempo delle ‘doglie’ del parto.
Anche nel nostro contesto risuona il monito di Gesù a non allarmarci per quella trafila di catastrofi che elenca, e che anche oggi accadono, ma di perseverare fiduciosi.
La paura infatti ci espone alla seduzione, a prestare ascolto e a dare potere a figure ambigue: “falsi profeti”, che promettono di risolvere ogni nostra situazione. In realtà si salverà solo chi avrà perseverato sino alla fine.
Matteo segnala un altro pericolo, più intraecclesiale: la caduta della tensione alla carità, all’amore reciproco, in molti cristiani, a causa del male che sembra dilagare.
Circa il segno o i segni che preannunciano la venuta di Cristo, sembrerebbe facciano riferimento alla diffusione del Vangelo in tutto il mondo, ma in realtà, questo significa semplicemente che l’attesa sarà lunga.
Il segno di Giona, la resurrezione di Cristo, annunciata da testimoni credibili: questo resta l’unico segno, nell’attesa del ritorno del Signore, quando finalmente la morte sarà vinta.
-- don Erminio

