14 giugno 2026
III DOMENICA DOPO PENTECOSTE (A)
Giovanni 3,16-21
Riflessione a cura di don Erminio Villa
1. L’uomo divenne un essere vivente
Apre la liturgia della Parola il secondo racconto della creazion contenuto nel Libro della Genesi (2,4b-17).
È interessane notare come questo testo ignori completamente il precedente, scritto da mano sacerdotale; dunque oggi non siamo di fronte a testi storici, bensì sapienziali, cioè scritti animati dal desiderio di rispondere alle domande esistenziali di sempre:
da dove viene l’uomo? Chi è l’uomo così fragile e così unico?
Al cuore dell’evento creativo sta l’uomo, l’Adamo, termine che allude alla nostra fragilità, transitorietà. Eppure a quest’essere plasmato dalla polvere Dio conferisce una dignità unica: è il primo tra gli esseri viventi.
Mentre tutto l’antico mondo ricercava una via per l’immortalità la Sacra Scrittura, con grande realismo, prende atto della mortalità dell’uomo e si concentra sul suo stile di vita, sul suo agire morale che, svincolato dalla Parola di Dio, conduce alla morte.
Nasce così il racconto dell’albero del bene e del male e dei suoi frutti (non si parla di mela).
I capitoli successivi ben illustreranno questo: il peccato, il disamore verso Dio e la sua Parola, l’autoreferenzialità dell’uomo, dilaga come a macchia d’olio, così che, a partire dalla prima coppia, si giungerà all’intera società con il racconto della torre di Babele e la dispersione delle lingue. Dunque, l’invito che ci giunge dalla prima lettura è alla coerenza tra la nostra fede e la nostra vita, nella fiducia alla Parola di Dio che non vuole la morte bensì la vita.
2. La Pasqua di Cristo sorgente di vita eterna
Così non è più l’uomo che deve affannarsi a cercare l’immortalità, ma è Dio stesso che in Cristo la dona ai suoi (Lettera ai Romani 5, 12-17).
3. Gesù è venuto a salvare il mondo (Giovanni 3, 16-21)
La speranza cristiana non è animata da beato ottimismo, ma poggia su di un sano realismo.
La parola mondo, nel Vangelo di Giovanni, indica tutto ciò che San Paolo chiama carne: cioè la mondanità, il materialismo, l’illusoria fede nelle cose che passano e la rapacità per ottenerle. Eppure, il Vangelo di oggi ci invita ad assumere lo sguardo di Gesù sul mondo, anche in tutti i suoi limiti.
Gesù vuole salvare il mondo. Egli è consapevole di tutto ciò che non va, ma non si ferma, non è affranto, non cede al pessimismo, allo scoramento, allo sterile lamento. In gioco ci siamo noi.
Così dobbiamo essere noi, ormai minoranza che però deve essere animata da un coraggio creativo, senza rimpianti per i tempi che furono, consapevole che il Signore opera, non spaventata dai cambiamenti che l’annuncio del Vangelo ci impone.
È tempo di profezia, di sguardo in avanti, di audaci innovazioni che non interrompano una sana tradizione, ma la aggiornino con fiducia nello Spirito Santo. Accetteremo questa sfida che il cambiamento d’epoca ci impone? Sapremo brillare, seppur piccola fiammella, per indicare la via della verità e della giustizia a molti?
-- don Erminio

