Duccio da Buoninsegna. Cristo e la Samaritana

Dal male, il bene

1 marzo 2026
II DOMENICA DI QUARESIMA (A)
Giovanni 4,5-42

Riflessione a cura di don Erminio Villa.

1. L’arte di trarre dal male un bene

Dopo il racconto delle tentazioni nel deserto, eccoci in Samaria, regione mediana in Israele (tra la Galilea al Nord e la Giudea al sud). Terra considerata eretica per l’ebraismo, terra di missione per Gesù. Siamo a Sicar, un villaggio il cui nome è traduzione del nome dell’antica Sichem, a un chilometro dal pozzo di Giacobbe, nel terreno che aveva donato a suo figlio Giuseppe. 

Questa localizzazione non è solo geografica, ma bene introduce il brano della Samaritana. Giuseppe è colui che perdonò i fratelli, che seppe trasformare un male in un bene. Egli lesse la sua sventura iniziale, causata dai fratelli all’interno del piano di Dio per salvare il suo popolo: “Se voi avevate pensato male contro di me, Dio ha pensato di faro servire a un bene, per compiere quello che oggi si avvera: far vivere un popolo numeroso” (Genesi 50,20). 

Dio sa trarre vantaggio dal male per farne l’occasione di grazie più grandi. Questo è il contesto del brano. Il suo fine ultimo è proclamare che Dio non adora in un luogo specifico (monte Garizim per i samaritani, Gerusalemme per i Giudei), ma in spirito e verità. Il pozzo, nella simbologia biblica e universale del tempo, rimanda al tema del fidanzamento e delle nozze (Rebecca e Isacco, Rachele e Giacobbe, Mosè e Zippora). 

2. Il vero senso dell’amore

L’acqua è il primo mezzo per placare il bisogno elementare della sete. Ma la sete esprime anche il desiderio del corpo, e l’acqua la sua soddisfazione. In tal senso l’incontro di Gesù con la samaritana nasce nel segno dell’ambiguità. 

Anche per questo la donna saggia il terreno e polemizza con Gesù. Ma il desiderio di Gesù è ben altro: restituire alla donna – ferita da cinque esperienze affettive fallite – il vero senso dell’amore, mediante l’incontro con colui che ne è la fonte. 

Vinti i pregiudizi, riportato il colloquio su un piano personale, il cuore della donna è toccato; qualcuno offre alla sua vita spezzata una possibilità di riscatto, e se questo vale per lei, vale per tutti: corre al villaggio. Diventa così una delle prime missionarie di Gesù. 

3. La missione dei credenti

Forse tanta nostra tiepidezza nell’annunciare il Vangelo di Gesù, il bene che ha fatto e fa alla nostra vita, è perché questo incontro non è stato per noi risolutivo, altre voci ci seducono, ci lasciano dubbiosi. 

Forse non abbiamo mai avuto il coraggio di lasciare la brocca le nostre sicurezze di ogni giorno, la nostra routine quotidiana, per farci missionari presso altri, a cominciare dalla nostra famiglia. 

È interessante notare come la Samaritana non si esibisca in discorsi teorici, bensì narri semplicemente il bene che ha fatto a lei questo incontro. 

Adorare Dio in spirito e verità è dunque il compito che il Vangelo di oggi ci lascia. Far questo significa entrare nella nostra interiorità, guidati dalla Parola di Dio, letta nella tradizione della Chiesa, lasciando che essa ci purifichi da ogni scusa, impedimento e pretestuosità che spesso accampiamo per giustificare la nostra ignavia. 

Solo facendo verità in noi stessi, ammettendo i nostri limiti, facendo emergere il buono e il bello che è in noi e negli altri, le nostre ferite interiori, soprattutto quelle affettive saranno sanate e il nostro peccato perdonato. 

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don Erminio