Resurrezione di Lazzaro | Giotto

Speranza e carità

22 marzo 2026
V DOMENICA DI QUARESIMA (A)
Giovanni 11,1-53

Riflessione a cura di don Erminio Villa

1. Le ragioni della speranza e della carità

I primi 12 capitoli del Vangelo secondo Giovanni vengono chiamati “il libro dei segni”.  Si parte dalle nozze di Cana e si giunge, in un crescendo di 7 (pienezza, totalità), alla rivivificazione di Lazzaro.  Sì, poiché per resurrezione intendiamo la nuova vita in Cristo oltre la morte, mentre Lazzaro, il figlio della vedova di Naim, e la figlia dodicenne dell’Arcisinagogo Giairo vengono riportati in questa vita. La loro malattia e morte diviene realtà in cui Dio manifesta la sua gloria (peso che ha nella nostra vita).

Proprio qui sta la duplice potenza del cristianesimo: ci stimola a restituire dignità di vita a creature oppresse dall’esistere, devastate dal male che abita l’uomo e spalanca orizzonti di vita eterna. 

È su questo duplice registro che si gioca la vita del cristiano: la fede nella vita oltre la morte e l’impegno a far vivere chi ‘giace nelle tenebre e nell’ombra della morte’. 

La fede in Gesù resurrezione e vita apre la porta della speranza che dopo la morte si dischiude il mistero di una vita nuova e nel contempo ci stimola ad una vita spesa nella carità verso i fratelli. 

2. Il senso cristiano della morte

Di fronte alla chiamata delle sorelle di Lazzaro, amico di Gesù, egli non va in suo soccorso. Gesù non è venuto ad eliminare la morte biologica, ma a darle un nuovo significato. All’annuncio che Lazzaro è morto, i discepoli si oppongono a che Gesù lo raggiunga: era pericoloso. Infatti la rivivificazione di Lazzaro costerà la vita a Gesù. 

Proprio per questo egli è venuto: a dare la sua vita terrena, affinché la nostra diventi eterna. Marta, per prima, incontra Gesù arrivato a Betania e di fronte alla domanda di Gesù circa la sua fede nella resurrezione, questa giovane educata dai farisei, risponde secondo la speranza giudaica della resurrezione del corpo. 

Gesù ribatte con una solenne autorivelazione: “Io sono la resurrezione e la vita. Chi crede in me, anche se morto, vivrà, e chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno”. 

3. Il mistero dell’esistenza

La resurrezione in Cristo è la logica conseguenza della vita che già ora il cristiano possiede nella fede. Maria ripete quanto Marta ha detto a Gesù, nella forma di un velato rimprovero: “se tu fossi stato qui…”. Questo dubbio risuona in tutta la storia, di fronte alla sofferenza di chi amiamo. 

Giunto alla tomba di Lazzaro, Gesù piange sommessamente, il suo cuore è turbato, forse intuisce che cosa lo attende e quasi un moto di collera lo afferra nei confronti della potenza oscura della morte, nella quale è visibile la potenza del male. 

Gesù solidarizza con il dolore, non con la disperazione. In due versetti Giovanni ci consegna la rivivificazione di Lazzaro, non entra nei particolari. Questo brano riporta la vicenda di ogni uomo malato di morte sin dalla nascita. 

L’uomo, noi, richiediamo vita, la pretendiamo dal Dio che chiamiamo Padre, che ci ha creati, generati al mondo. Eppure egli, nella malattia non ci soccorre, lasciandoci nell’abbandono dell’angoscia. 

È il mistero dell’esistenza dell’uomo: una promessa di vita che sembra smentita. La risposta, certo non immediatamente risolutiva, sta nel mistero della Croce di Gesù, nella sua condivisione radicale con la nostra vita e morte, e nel suo abbandono fiducioso in Dio. Lo stesso abbandono è chiesto a noi: “chi crede in lui, anche se morto vivrà”. Entriamo dunque nel mistero della Pasqua di Gesù. 

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don Erminio